
SAGGI
I pensieri sordi e
l'inconscio
di
Gustavo Micheletti
Questo breve saggio, pubblicato per la prima volta su
la rivista di filosofia “Il cannocchiale” – n. ½ - Agosto 1984 -
costituisce una sintesi del saggio omonimo I Pensieri sordi e
l’inconscio, pp 357, Roma, Borla,
1991).
Sui temi
della trasparenza del pensiero, delle percezioni di cui non si è
coscienti, dei pensieri che ci guidano nella vita senza che ne siamo
consapevoli, ed in generale sui rapporti tra il Pensiero cosciente e
quello che, per diversi motivi, non può essere considerato tale, si
svolge all’interno del cartesianesimo un dibattito che vede come
principali protagonisti A. Arnauld, P. Nicole, e F. Lamy, ma che
coinvolge, sebbene più indirettamente, anche altri filosofi e teologi
tra i quali Malebranche, Poiret, La Forge e Regis.
Il Punto di
riferimento di tale dibattito è costituito da due distinte, ma connesse,
definizioni di Descartes.
Secondo la
prima l’Io è una «cosa pensante», ovvero «una cosa che dubita, che
concepisce, che afferma, che nega, che vuole, che non vuole, che
immagina anche, e che sente» [1]:
da questa definizione si può dedurre che, in quanto è per essenza cosa
pensante l'Io (o la mente) non può mai cessare di pensare, perché le
proprietà essenziali non sono mai separate dal loro soggetto [2].
La seconda
definizione, integrando la prima, considera il pensiero sempre
autocosciente, e attribuisce alla continua presenza della coscienza
l'origine della trasparenza che do contraddistingue [3].
La
reciproca essenzialità di pensiero e coscienza, consente così a
Descartes di dedurre dalla certezza psicologica di pensare quella
ontologica di essere una cosa che pensa, deduzione che, se il pensiero
non fosse accompagnato dalla coscienza non sarebbe possibile, perché
pensare inconsapevolmente non conduce ad alcuna certezza di
pensare.
Proprio per
la funzione fondante che il «Cogito» ha nell'ambito del pensiero
cartesiano, i suoi seguaci considerano l'identificazione di pensiero e
coscienza come un presupposto teorico la cui discussione può
radicalmente allontanare dalla prospettiva di quella filosofia di cui
nutrono la loro speculazione.
Anche chi
non condivide del tutto tale identificazione, certamente non può fare a
meno di vagliare attentamente e proporre con circospezione le proprie
riserve, perché egli esiti di esse sono legate le soluzioni di
controverse questioni teologiche o morali.
Lo stesso
Descartes era stato ripetutamente sollecitato dalle critiche di
avversari o di estimatori a mettere in dubbio (o almeno a limitare) la
validità di questi presupposti [4],
che vengono però messi seriamente in discussione soltanto nelle
polemiche tra i filosofi sopra ricordati sui fenomeni spirituali
inconsapevoli.
In tali
polemiche, mentre A. Arnauld risulta un difensore puntuale dei
fondamenti del cartesianesimo, P. Nicole e F. Lamy, più liberi da
riferimenti testuali alla filosofia di Descartes, contestano la validità
dell’identificazione di pensiero e coscienza, parlando esplicitamente di
« pensieri al quali non si pensa » [5].
Nicole e
Lamy alimentano poi tale dibattito introducendo nozioni come quelle di «
pensieri impercettibili », « pensieri accessori », « marginali » «
clandestini » e « sordi », nozioni che implicano tutte, sebbene in
misura diversa, una relativa assenza della coscienza.
La stretta
relazione tra questi tipi di pensieri e ciò che G. R. Lewís chiama « il
problema dell'inconscio » [6]
- termine che non è senz'altro da intendere qui nella sua accezione
contemporanea, ma in un senso più lato, e più prossimo a ciò che oggi
intendiamo con i termini subconscio o preconscio continua a sussistere
in Leibniz, nella cui opera le « inclinazioni impercettibili » o « le
piccole percezioni» hanno un ruolo di primo piano.
Diverso è
però il destino dell'espressione « pensieri sordi », cara a D. F. Lamy,
che da Leibniz viene usata con significato nuovo ed originale, ed i cui
rapporti con «l’inconscio », lungi dall'essere chiari o scontati,
risultano invece vaghi e a prima vista quasi insussistenti.
Mentre
infatti per Nicole e Lamy i « pensieri sordi » o « clandestini » sono
come « ospiti importuni nascosti sul fondo dell'anima », da dove, pur
manifestandosi solo a tratti e lavorando da lontano sulle nostre
determinazioni coscienti, « fanno abilmente giocare tutti i moventi
della nostra condotta » [7],
per Leibniz tali pensieri sono appercepiti ed esplicitamente formulati
mediante caratteri o parole.
L'espressione « pensieri sordi » (pensées sourdes) compare per la
prima volta negli scritti di Leibniz in una lettera alla principessa
Sophia del maggio 1697 nella quale egli, affermava di dubitare che si
potesse concepire il pensiero senza riferirsi anche
all'estensione.
« Sono
infatti d'accordo », scrive, « che vi sono dei pensieri ali quali non
corrispondono nello spirito né immagini né figure, e che alcuni di
questi pensieri sono distinti. Ma non condivido tutti gli esempi
che portano i cartesiani, perché la figura di mille angoli qui disegnato
non è estesa più distintamente di un qualche grande numero: è un
pensiero sordo, come nell'algebra, dove si pensa con simboli al posto
delle cose. Così, spesso, per abbreviare s’impiegano le parole
pensandole senza farne l'analisi, perché essa non è in tali circostanze
necessaria » [8].
Basterebbe
ora confrontare questo brano della lettera alla principessa Sophia con
altri brani degli scritti di Leibniz in cui egli si riferisce
all'esempio del poligono di mille lati, per comprendere che
l'espressione francese « pensées sourdes » non è che la traduzione
dell'espressione latina «cogitationes caecae » come Leibniz
stesso farà notare esplicitamente nell'unico passo dei Nouveaux
essais in cui egli cita quest'ultima.
Essa
compare per la prima volta nel De arte combinatoria, dove indica il
pensiero che non è capace. di cogliere con una visione perspicua il
proprio oggetto [9].
Anche in
quel testo egli si serve dell'esempio, già cartesiano, del poligono di
mille lati o chiliagono: infatti questa figura, sebbene sia
distintamente pensabile e definibile, non risulta immaginabile
altrettanto analiticamente e perspicuamente; così che a tale nozione non
corrisponde nella nostra mente alcuna immagine in grado di esemplificare
il ritratto logico fornito dalla sua definizione.
Oltre a
quei brevi scritti nei quali Leibniz riprende la nozione di « pensiero
cieco » per svilupparne gli aspetti matematico-linguistici [10],
essa ricompare nell'importante saggio di argomento gnoseologico
Meditationes de cognizione, verítate ed ideís, del 1684, dove al
suo significato viene descritto in modo più articolato, ed il tipo di
conoscenza che contraddistingue viene collocato da Leibniz quasi al
vertice della sua gradazione delle varietà della conoscenza [11].
Da questi testi il pensiero cieco o simbolico risulta
definibile come quello che, procedendo per segni o caratteri, evita di
(ricorrere ogni volta alle idee delle cose e che, se eventualmente
riuscissimo a costruire un’adeguata Caratteristica universale, ci
potrebbe permettere anche di ragionare con grande rigore, trasformando
automaticamente in un errore di calcolo ogni errato paralogismo delle
nostre argomentazioni nel linguaggio naturale. D’altra parte, se
tale pensiero può rendere più agili e sicuri i nostri ragionamenti, non
è capace, per l'uso meccanico e passivo dei segni che comporta,
d'individuare le contraddizioni che si celano in certi concetti, come
per esempio quello di « moto più veloce » [12],
od in certe serie di pensieri.
Inoltre, a
meno che la lingua con cui opera non ne predetermini la distinzione e la
coerenza, a tale pensiero è impossibile sciogliere le confusioni causate
dall'uso di parole di significato approssimativo ed ambiguo.
Pur essendo
considerato da Leibniz il tipo di pensiero più frequente, perché
caratterizza sia ogni specie di calcolo (algebrico, geometrico o logico
- combinatorio) sia la riflessione degli uomini su gli argomenti più
svariati quando essi si servono delle parole senza preoccuparsi di
spiegarne il senso, non vi è nessun accenno negli scritti di Leibniz a
sviluppi d'ordine etico - psicologico di tale nozione.
Questi
emergeranno solo quando l'aggettivo latino caecus verrà
sostituito da sourd nelle opere in francese: ciò pare
l'unica plausibile spiegazione del fatto che le due espressioni,
cogitationes caecae e pensées sourdes, non
sono state riconosciute come complementari e tuttavia sinonimiche negli
studi su Leibniz fino ad oggi apparsi.
La
problematica etico - psicologica in cui l'espressione pensées
sourdes viene introdotta nei Nouveaux essais è centrata
intorno ai rapporti tra intelletto e volontà.
Nel secolo
17° tali rapporti avevano già trovato una sincretica formulazione nella
citazione di un famoso verso ovidiano Video meliora proboque,
deteriora sequor [13],
cui, tra gli altri, anche Spinoza era ricorso nella sua Etica per
introdurre allo studio dei rapporti tra la ragione e le passioni [14].
Anche
Leibniz cita nei Nouveaux Essais questo verso per riassumere le
difficoltà che la ragione incontra nell'arginare o modificare le
passioni, mettendolo in bocca a Filalete, il protagonista lockiano, il
quale se ne serve per illustrare la situazione esemplare di un uomo che,
dedito al bere, pur vedendo distintamente tutti gli aspetti negativi dai
tale vizio, non riesce a rinunciarvi.
La
contraddittoria impasse che il verso ovidiano mette in luce non deve
tuttavia costituire secondo Teofilo, il protagonista leibniziano dei
Nouveaux Essais, un alibi morale, inducendoci a credere di dover
abbandonare del tutto quegli antichi assiomi per i quali « la volontà
segue il bene maggiore o fugge il male maggiore che sente.
L'origine della scarsa sollecitudine verso i veri beni deriva in gran
parte dal fatto che negli oggetti o nelle circostanze nelle quali i
sensi non agiscono, i nostri pensieri sono, per così dire, sordi, (in
latino li chiamo cogitationes caecas) scrive Leibniz, privi
cioè di percezione o di sentimento, consistenti nell'impiego puro e
semplice di caratteri, come accade a coloro che, nel calcolo algebrico
non considerano, di tanto in tanto, le figure geometriche delle quali si
tratta, giacché le parole hanno un effetto analogo ai caratteri
dell’aritmetica e dell'algebra. Spesso si ragiona senza quasi
avere l'oggetto nello spirito. Ora, una conoscenza siffatta non ha
efficacia; a commuovere occorre qualcosa di vivo » [15].
Questa
collocazione in un ambito morale, nuovo rispetto a quello che accoglie
in sé come nodo esplicativo la nozione di « pensiero cieco », rivela
così anche un nuovo limite del pensiero definibile genericamente come
simbolico quello di non riuscire, « toccando l'anima », a provocare
scelte e comportamenti eticamente razionali.
A tale
incapacità fa riferimento anche l'unico passo degli Essais de
Tbeodicée in cui Leibniz si serve dell'espressione pensées
sourdes per fornire una spiegazione delle resistenze dell'anima alle
verità che conosce e denuncia, resistenze che sono maggiori proprio
quando « l'intelletto procede in gran parte con pensieri sordi » [16]:
questi infatti sono « poco capaci di toccare » [17],
e dimostrano la precarietà del legame fra i giudizi della ragione e la
volontà [18].
Quando gli uomini pensano a Dio, alla Virtù e alla Felicità, spesso « ne
parlano e ne ragionano senza idee esplicite: queste si trovano nel loro
spirito, ma essi non si prendono la pena di approfondirne l'analisi. A
volte hanno l'idea di un bene o di un male assenti, ma debolissime
(...), così, se preferiamo le cose peggiori è perché sentiamo il bene e
non il male che esse contengono, mentre non sentiamo il bene che è nel
partito opposto ».
« Noi
supponiamo o crediamo, o piuttosto semplicemente ripetiamo fidandoci di
altri o basandoci sulla memoria di nostre riflessioni passate, che il
più gran bene è nel partito migliore ed il più gran male in quello
contrario. Ma quando non ce li prospettiamo », continua Leibniz, «
i pensieri ed i ragionamenti sono una specie di psiptacismo che non
offre nulla di attuale allo spirito, e se non prendiamo misure per porvi
rimedio se li porta via il vento» [19].
Ripetendo i
nostri ragionamenti pigramente e macchinalmente, uti psiptacus
[20],
l'anima non ne è infatti colpita e la volontà non ne è scossa, «
cosicché non bisogna meravigliarsi che nella lotta fra il corpo e lo
spirito, lo spirito soccomba così spesso » [21]:
« questa lotta non è altro che l'opposizione delle differenti tendenze
che si fanno spesso sentire chiaramente, mentre i pensieri distinti sono
d’ordinario chiari solo in potenza: essi potrebbero esserlo, se
volessimo prenderci la pena di penetrare il senso delle parole o dei
caratteri, ma non facendolo, o per negligenza o per mancanza di tempo,
opponiamo parole vuote e immagini deboli a sentimenti vivi » [22].
L'analisi
del significato delle parole, costringendoci a conoscere ciò che da esso
viene implicato, sembra viceversa a Leibniz in grado di farci vedere
anche quali siano le conseguenze delle nostre scelte, consentendoci di
percepire i mali o i beni che possono seguirne e spingendoci
implicitamente ad optare perle soluzioni migliori. Quando invece
le parole vengono usate in modo ripetitivo o « cieco » e non si riesce a
vedere tutto ciò che il loro significato comporta, continuano ad avere
in noi il sopravvento quelle inclinazioni o sensazioni che, sebbene
percepite solo confusamente, ci colpiscono in modo più
vivo.
Dunque, il pensiero che dal punto di vista di una teoria
della conoscenza è cieco, per la sua incapacità di individuare le
contraddizione che si nascondono in certi concetti o di considerare
perspicuamente le implicazioni del loro significato all'interno di un
ragionamento complesso [23],
si rivela, in una prospettiva morale, sordo, nel senso soggettivo ed
oggettivo di surdus in latino, ovvero sordo in quanto
incapace sia di farsi sentire sia di ascoltare.
Si possono
infatti distinguere due diversi ordini di cause della sordità dei nostri
pensieri.
Il primo
può essere considerato oggettivo, in quanto dipendente dalla
arbitrarietà dei segni di cui ci serviamo rispetto al loro significato e
dal fatto che mentre pensiamo, per procedere nel nostro ragionamento,
siamo per lo più costretti ad ometterne l'analisi.
Il secondo
possiamo considerarlo soggettivo perché di esso siamo responsabili noi
stessi che, anche quando potremmo e dovremmo approfondire le analisi del
significato dei simboli, ci limitiamo a ripeterne pigramente la
successione, rinunciando a considerare « le idee », « le percezioni » ed
i « sentimenti » che tali simboli sono in grado di evocare. Se da
un lato infatti il rapporto tra la relativa convenzionalità dei simboli
e la simbolicità del pensiero determina un uso tendenzialmente passivo e
ripetitivo delle parole, ciò non ci impedisce di formulate ragionamenti
corretti né di essere consapevoli della loro correttezza, dato che
possiamo sempre ricordarci di averli controllati in altre circostanze e
dato che il loro senso può sembrarci presemanticamente
evidente.
Ma quando
il fine delle nostre riflessioni non è solo conoscitivo, e si vogliono
anzi motivare o modificare delle scelte morali, allora la negligenza nel
prestare attenzione al senso delle parole che compongono i nostri
pensieri costituisce la causa autentica, in quanto eliminabile, della
loro inefficacia persuasiva.
Se quindi
in un certo senso sono i pensieri stessi a non farsi ascoltare
dall'anima, per l'arbitrarietà dei segni di cui si compongono rispetto
alle percezioni o sentimenti che possono suscita,re, in un senso opposto
è proprio la ragione a celarsi dietro la propria sordità e inefficacia
psicagogica quando, pure essendo alle prese con le passioni od i
desideri più segreti, tenta di procedere affidandosi alla capacità
autocombinatoria dei simboli, quasi fosse impegnata in un calcolo
matematico od algebrico.
Si è visto
che, secondo Leibniz, in quest'ultimo caso tale cieca maniera di
procedere si rivela tanto corretta quanto necessaria, « perché il
ragionamento può essere in qualche modo automatizzato e ridotto alla
semplice manipolazione di segni » [24],
e perché l'evocazione delle idee corrispondenti non risulta essenziale
per il pensiero quando esso sia inteso come calcolo. Tuttavia proprio
tale riduzione del pensiero a calcolo può rendere opache di senso le
nostre parole e privi di percezioni e di sentimento i nostri
pensieri. Se quindi con la nozione di « pensiero cieco » Leibniz
vuol anche mettere in luce gli aspetti positivi di una riduzione del
pensiero a « pensiero calcolante », ciò non implica, come M. Heidegger
sembra sostenere [25],
che Leibniz la consideri priva di lacune, così da poter essere
considerato il primo consapevole promotore di una tale
riduzione. Ma anzi, con la nozione di pensiero sordo nozione
che rispetto alla prima è sinonimica e al tempo stesso speculare -
Leibniz mostra distintamente i limiti di quella riduzione che, ancora
secondo Heidegger, costituisce uno dei nuclei metafisici del pensiero
moderno.
I pensieri
sordi, non convincendoci a perseguire le azioni migliori e lasciandoci
in balia delle passioni, permettono secondo Leibniz solo una conoscenza
imperfetta [26]:
« essi non riescono infatti a vincere l'incredulità occulta che regna
nelle anime degli uomini » [27],
né a controllare quell'«inquietudine», o «desiderio» [28],
che è la fonte principale della loro industriosità e attività, ma che si
rivela una predisposizione al dolore se, pensando con immagini deboli o
vane [29],
gli uomini non credono ai loro pensieri e non sanno esserne toccati [30].
In questo
caso l'intelletto non riesce a mediare ed a trasformare le «
inclinazioni inconsapevoli» suscitate dall'inquietudine e contiene
quindi «un’imperfezione o impotenza», perché si serve di parole
prive di una spiegazione attuale [31].
Tuttavia,
come si è visto, l'omissione di un'adeguata spiegazione dei termini che
usiamo in un ragionamento è secondo Leibniz inevitabile qualora se ne
voglia giungere alla conclusione con la fluidità e la destrezza
necessarie.
Infatti,
poiché «noi pensiamo tutta insieme una grande quantità di cose, se ci
prendessimo cura d'ognuna dovremmo pensare nello stesso tempo e con la
stessa attenzione a tutte», perché sentiamo che «tutte fanno impressione
sui nostri sensi» [32].
Poiché poi
« qualcosa dei nostri pensieri resta sempre e nulla può essere
cancellato del tutto » [33],
dovremmo anche pensate attualmente a tutto ciò che si è già
pensato. Non è però possibile, « riflettere sempre in modo
esplicito su tutti i nostri pensieri, altrimenti lo spirito farebbe una
riflessione all'infinito senza poter mai passare ad un nuovo pensiero »
[34].
Così, per
esempio, « appercependo un pensiero presente, dovrei sempre pensare che
vi penso, ed ancora pensare che penso di pensarlo, e così via
all'infinito. Invece è necessario cessare di riflettere su tutte
queste riflessioni e che vi sia infine un pensiero che si lasci passare
senza pensarvi, altrimenti rimarremmo sempre fermi sulla medesima cosa »
[35].
Ciò
costituirebbe l'assurda conseguenza del concepire l'appercezione come
essenziale al pensiero, il quale, non potendosi, secondo quest'ipotesi,
separare dal suo oggetto, sarebbe costretto a riprodurlo
indefinitivamente in una riflessione su se stesso.
Ma proprio
ciò che costituiva per Descartes un effetto della coessenzialità dell’io
e del pensiero, cioè la continuità di quest'ultimo, sembra porre per
Leibniz in discussione l'altro presupposto altrettanto fondamentale
della filosofia cartesiana, costituito dall'identificazione di pensiero
e coscienza.
Postulando
tale identificazione, si giungerebbe secondo Leibniz all'impossibilità
paradossale di separare un qualsiasi pensiero da una catena di
riflessioni nella quale esso si riprodurrebbe all'infinito come oggetto
di una reiterata presa di coscienza.
Ogni
riflessione sarebbe allora destinata a trasformare monotamente ogni suo
enunciato in una nuova enunciazione che lo incorpori come oggetto
mediante l'aggiunta di un «io penso» in posizione di soggetto: infatti
se pensare implicasse pensare di pensare, il dispositivo
dell’appercezione provocherebbe la progressiva inclusione di ogni
pensiero appercepito in un nuovo enunciato della riflessione,
inducendoci a pensare univocamente di pensare di pensarlo,
all'infinito.
Essendo
tale assurdità deducibile direttamente dalla sovrapposizione dei
postulati cartesiani della continuità del pensiero e
dell'identificazione di pensiero e coscienza, essa induce Leibniz, che
si è sempre dichiarato d'accordo col primo, ad accettare quale
pre-supposto della sua filosofia la negazione del secondo.
Ma dalla
negazione di questo ovvero, poiché pensare non implica per Leibniz
l'esser coscienti di pensare e dal mantenimento del primo ovvero,
poiché pensiamo sempre deriva necessariamente che esistono dei
pensieri dei quali non si è consapevoli.
In questo
modo egli giunge, per via meramente logica, ad una conclusione
apparentemente analoga a quella cui erano pervenuti Nicole e Lamy. Per
questi ultimi infatti l'esistenza di « pensieri ai quali non si pensa »
era evidente almeno quanto l'esistenza di quei significati « accessori »
delle parole che sono destinati a rimanere nell'ombra, dato che ogni
singola linea denotazionale in cui le parole sono impegnate non è in
grado di renderli tutti espliciti e consapevoli.
Tuttavia i
pensieri sordi per Leibniz non sono tali rispetto ad una coscienza
intesa come nitida appercezione d'impressioni interne, cioè non perché
poco distinti o solo confusamente percepiti. Al contrario, essi
sono sordi perché incapaci di giungere al fondo dell'anima, dove
muovendosi ed opponendosi tutti i desideri dell'inquietudine, si trovano
anche quei pensieri che l'opacità dei simboli o delle parole non solo
non consente di rintracciate, ma tesse e sottintende all'insaputa
dell’attività appercettiva.
La genesi
della non consapevolezza di molti pensieri sembra infatti dovuta alla
necessità di lasciare che le parole si succedano e combinino senza
un’esplicitazione del loro significato e senza una, attenzione alle
«immagini » od ai « sentimenti » che sono in grado di
evocare.
Da questo
punto di vista, pensare sordamente comporta il « lasciar passare » anche
quei pensieri che spiegherebbero il senso delle nozioni che nominiamo
nei nostri ragionamenti, « lasciar passare» che equivale a quella stessa
emissione di analisi che riduce a meri caratteri o nomi anche le parole
del linguaggio naturale con le quali formuliamo i nostri propositi
morali.
Cercando,
dunque di cogliere legami tra ciò che Leibniz chiama « pensieri sordi »
e la loro attinenza alle attività impercettibili dello spirito, nonché,
di conseguenza, al senso dell'espressione presso D. F. Lamy, è
inevitabile porre l'accento sul diverso concetto d’inconscio che essa
consente d'individuare nei due autori.
In Leibniz
non sono infatti i pensieri sordi stessi ad essere inconsapevoli od
«oscuri e clandestini» ma essi presuppongono l'esistenza di altri
pensieri che, non venendo formulati, sono costretti a restare almeno
provvisoriamente non pensati. In quanto non evocati dalle parole,
tali pensieri non appercepiti testimoniano dell’incompletezza della
nostra attenzione alle determinazioni semantiche di esse, incompletezza
che può ridurle ad entità meramente combinatorie, ovvero equivalenti ai
segni dell'aritmetica e dell'algebra.
Come questi infatti, le
parole, quando sono usate sordamente, si succedono e combinano nella
frase lasciando trapelare del loro senso solo i costituenti essenziali
alla totalità della stessa, ma lasciando al contrario « passare » tutti
gli altri che potrebbero gettare nuova luce sulle determinazioni
psicologiche delle loro combinazioni. Proprio questi effetti «
marginali », « accessori » o « connotativi » del senso delle parole
sembrano presupporre, in un’ottica leibniziana, l'esistenza di una
struttura sistematica sottostante ad ogni specifica combinazione di
parole.
La stessa
esigenza avvertita da Leibniz di rendere coerente e completa la
struttura paradigmatica di una « lingua universale » pare infatti
derivare solo dalla consapevolezza della preesistenza, rispetto ad ogni
atto di « parole », di un sistema linguistico che consenta
d’interpretare ogni pensiero espresso come l'attualizzazione di una
possibilità implicita in tale sistema stesso ed oltre la quale
continuano a premere tutte le altre che essa include come suoi sviluppi
analitici o connotazionali.
In termini
odierni, la permanenza nel pensiero di una « langue » rispetto ad ogni
atto di « parole » è ciò che può permettere ad ogni passo di un
ragionamento di scomporlo nei suoi costituenti semantici e di ampliarlo
in direzioni che non sono sospettabili prescindendo da tali
scomposizioni.
E' questo
infatti il caso della nozione di « moto più veloce », che secondo
Leibniz cela dietro la sua distinta pensabilità le proprie implicazioni
autocontraddittorie.
Tuttavia,
ogni scomposizione analitica dei termini, come ogni passaggio
dall'esplicito all'implicito, è anche ciò che garantisce per Leibniz un
ampliamento connotazionale del senso di ogni frase, a sua volta capace
di produrre un incremento della sua risonanza psicologica.
I pensieri
sordi di cui parla Leibniz, in questo senso, non solo risultano una
difesa inconsistente contro le più oscure sollecitazioni dell'anima, ma
sono adoro volta produttori dai altri pensieri possibili e attualmente
non pensati.
Ciò che
infatti non viene formulato linguisticamente all'interno di un
ragionamento, pare destinato a rimanere latente e fornisce tuttavia una
prova della sua permanenza nel pensiero lasciando alle parole espresse
soltanto il loro suono vuoto, od ai caratteri scritti le loro « immagini
deboli e vane ».
La
prospettiva morale che fa da sfondo negli scritti di Leibniz alla
nozione di «pensieri sordi», ne cela dunque un'altra, più propriamente
linguistica, in grado di suggerire le congetture più favorevoli ad una
eliminazione o limitazione della sordità dei pensieri.
Queste
consistono infatti, nell'incoraggiamento sia ad una più profonda ed
assidua analisi del significato delle parole sia alla costruzione di un
« lingua universale » i cui simboli, godendo di una maggiore trasparenza
rispetto ai loro significati od ai loro referenti siano in grado di
arricchire la nostra immaginazione [36].
Secondo
Leibniz ciò dovrebbe consentire infatti anche una maggiore pertinenza
dei pensieri morali a quelli stati interni che si propongono di
descrivere o modificare, cogliendone i risvolti emotivi mediante
l’enunciazione delle loro implicazioni o suggestioni
semantiche.
Si è visto
che i «pensieri sordi» di Lamy sanno « lavorare da lontano » e che
possono modificare anche a distanza di tempo il nostro stato d'animo se
ci impegniamo ad ascoltare gli effetti appena percettibili dei desideri
che essi manifestano [37]:
come le « inclinazioni » o « disposizioni insensibili » di cui parla
Leibniz, sembrano in grado di riaffiorare alla coscienza; ma ciò avviene
solo qualora ci impegniamo a «tentare di continuo nel profondo del
cuore, ad osservarlo, assecondarlo, sondarlo, penetrarlo » [38],
servendoci a tale scopo, come suggerisce Francois Lamy in un passo del
suo De la connaissance de soi méme, di una tecnica psicologica
del tutto assimilabile a quella oggi ben nota delle associazioni libere
[39].
Invece, il difetto che, nella accezione leibniziana, denunciano i
pensieri sordi è proprio quello di non sapere assecondare le
inclinazioni segrete dell'anima e riagganciare ad essa i propositi della
ragione.
Tuttavia,
Leibniz stesso riconosce che proprio come l'opera di uno scultore può
essere agevolata, anziché ostacolata, dalle venature del blocco di marmo
su cui lavora, purché sappia assecondarle, così se la ragione riuscisse
ad assecondare le disposizioni dell'anima che si propone di controllare,
il suo intervento risulterebbe senz’altro meno faticoso e più efficace
[40].
Essa
dovrebbe far sì che quelle stesse inclinazioni che sono per loro natura
suscettibili di opposti destini, si raccolgono intorno alle «serie di
pensieri» che essa giudica migliori, trasformandole così in abitudini
che ci renderebbero la virtù « gradita e quasi spontanea » [41].
Purtroppo
però il cuore ha molti mezzi per resistere alle verità che lo spirito
conosce e denuncia [42],
almeno quante ne ha ancora oggi «l’inconscio» per vanificare quelle
interpretazioni che, pur essendo riconosciute come corrette, non
riescono ad agire sulla personalità del paziente in un trattamento
analitico. Non a caso Freud sembra fornire, di tale inefficacia
apparentemente ingiustificata, una spiegazione analoga a quella che la
nozione di « pensieri sordi » fornisce nella psicologia
leibniziana.
Nello
scritto del 1915 Das Unbewusste egli nota infatti che se
«informiamo un paziente di una sua rappresentazione rimossa, in un primo
tempo ciò non cambierà per nulla la sua situazione psichica»: infatti
«la rimozione non viene abolita se prima la rappresentazione cosciente
non si è congiunta con la traccia mnestica inconscia. Solo quando
quest'ultima è divenuta anch'essa cosciente è raggiunto il successo...»,
e ciò perché «l'aver udito e l'aver vissuto sono due cose completamente
diverse per natura psicologica» [43].
Quindi,
come per Freud non è sufficiente esprimere dei pensieri rimossi per
ritenere di averli sottratti al campo dell’inconscio, analogamente, i «
pensieri sordi » di cui parla Leibniz possono essere considerati - pur
essendo appercepiti e distintamente comprensibili incapaci di
congiungersi alle tracce psichiche quasi sempre impercettibili che
manifestano i desideri dell'inquietudine.
In questo
senso i pensieri sordi sono coscienti solo in quanto appercepiti ed
espressi, ma non perché capaci di superare le resistenze che separano il
« cuore » dallo «spirito»: solo quando tali resistenze sono state vinte,
la coscienza diviene per Leibniz autentica e completa. Solo in
questo caso, infatti, i pensieri riescono a condurre le loro ragioni là
dove agiscono i desideri.
NOTE
[1]
R.Descartes, II meditazione, Oeuvres, Ed. Adam Tannery (=AT),
Paris 1897-1913, vol.IX, pagg. 21-22.
[2]
«Atqui necessaríum videtur ut mens semper actu cogitet: quia
cogitatio constituit eius essentiam». A. Arnauld, in Descartes,
Oeuvres, ed. cit., vol. V, pag. 193.
[3]
Mi riferisco qui alla trasparenza che permette al pensiero di divenire,
in quanto autocosciente, immediato oggetto di una riflessione.
(Descartes A. T., vol. V, pag. 149).
[4]
A. Arnauld, facendosi interprete anche di riserve di altri, scrive a
Descartes che: « Cum ca sit natura cogitationis, ut illius semper simus
conscii, si semper actu cogitamus, debemus semper esse conscii nos
cogitare; at id experient,ac repugnare videtur, maxime in somno ».
(Arnauld a Descartes, Luglio 1648, DESCARTES, 0euvres, A. T.,
vol. V, pag. 214 e vol. VII, pag. 264).
[5]
F. LAMY, De la connaissance de soi méme, ed. cit., Paris 1700,
tomo III, pag. 375. Lamy accenna così in tale passo ai termini del
problema in questione: « C'è stata negli ultimi tempi una grande
discussione per sapere se ci siano dei pensieri ai quali non si
pensa. La sola locuzione all'inizio è sembrata così ridicola a
certi autori, che non hanno avuto difficoltà a prenderla per uno
scherzo. Ma in seguito a più approfondite riflessioni su se stessi
hanno considerato, con il tempo, questi pensieri non solo sopportabili,
ma persino piacevoli ».
[6]
G. R. LEWIS, Le problème de l'incoscient et le cartesianisme,
Paris, 1950.
[7]
F. Lamy, De la connaissance de soi méme, ed. cit., tomo III, pag.
383.
[8]
G.W. Leibniz: Die Philosopkischen Schriften, a cura di C. I.
Gerhardt, Berlin 1875 - 90, ristampa fotomeccanica, Hildesein 1962
(= Ger. Ph.) vol. VII, pag. 555.
[9]
G.W. Leibniz, De arte combinatoria, Ger. Ph. vol. IV,
pag. 35.
[10]
Tali scritti, in ordine cronologico sono: Commentaliuncula de judíce
controversarum, (1669-1671) in: Leibniz, Mathematiche
Scriften und Briefe, Leipzig 1950 e segg. (= A K.) VI R. I B.
pag. 551; Demonstratio propositionum primarium, (1671 - 1672)
AK. VI R. II B. pag. 481; Accessio ad aritmeticam
infinitorum, (fine 1672) AK. II R. I B. pag. 228; De
cognizione, veritate et ideis, Ger Ph. vol. IV, pag.
423.
[11]
G.W. Leibniz, Meditationes de cognitione, veritate et ideis, Ger
Ph. Vol. IV, pag 423
[12]
ibidem, pag. 424.
[13]
OVIDIO, Metamorfosi, libro VII, versi 20 - 21, citato da Leibniz
nei Noveaux Essais, libro II, cap. 21, par. 35.
Ger. Ph. V, pag. 171.
[14]
B. SPINOZA, Etica, introduzione e parte IV proposizioni XVI e
XVII.
[15]
G.W. Leibniz, Nouveaux Essais, libro II, cap. 21, par. 35,
Ger. Ph. V, pag. 171.
[16]
G. W. Leibniz, Essais de Teodicée, art. 311, Ger. Ph., VII,
pag. 301.
[17]
ibidem.
[18]
ibidem.
[19]
G. W. Leibniz: Nouveaux Essais, libro II, cap. 21, par. 35,
Ger. Ph. V, pag. 171.
[20]
G. W. Leibniz: Commentatiuncula de iudice controversarum,
AK. VI R. I B. pag. 551.
[21]
G.W. Leibniz: Nouveaux Essais, libro II, cap. 21, par. 35,
Ger. Ph. V, pag. 171.
[22]
ibidem. Una maggiore attenzione potrebbe rendere anche secondo
Malebranche più chiare e distinte le nostre percezioni e consentirci di
vedere con una visione d'insieme i legami necessari fra tutti i passaggi
delle nostre deduzioni. Per riuscire in questo è però
indispensabile rendersi conto che lo spirito «non presta la stessa
attenzione a tutte le cose che percepisce, poiché si applica molto di
più a quelle che lo toccano, che lo modificano e che lo penetrano, che a
quelle che gli sono presenti, ma che non lo toccano e non gli
appartengono » (Malebranche: Recerche de la Verité, Libro VI,
parte 1, cap. II, Paris, 1979, pagg. 594 - 595).
[23]
G.W. Leibniz, Meditationes de cognitione, veritate et ideis, Ger.
Ph., vol. IV, pag. 423.
[24]
M. Dascal, La semiologie de Leibniz, Paris, 1978, pag.
183.
[25]
M. Heidegger, Der Sats vom Grund, Tubingen 1958, pagg. 168 e 192.
A. Robinet: Leibniz und Heidegger, Atomzeitalter oder
Informatikzeitalter, in « Studia Leibnitiana » Band VIII/2, 1976,
pag. 255.
[26]
« Quequunque cognitio non facit ad conoscentis summum bonum, ea est
imperfecta. Item quequunque intellectio non iuvat
creaturam intelligentem ad visionem adeoque fruitionem
Entis Primis, imperfecta est ». (Leibniz ad Altorf, 1663
AK. VI R. I B. pag. 159-160).
[27]
G.W. Leibniz, Nouveaux Essais, libro II, cap. 21, par. 37,
Ger. Ph. V, pag. 176.
[28]
G.W. Leibniz, Nouveaux Essais, libro II, cap. 20, par. 6, Ger.
Ph. V, pag. 150.
[29]
G.W. Leibniz, Nouveaux Essais, libro II, cap. 21, par.
37, Ger. Ph. V, pag. 176.
[30]
ibidem.
[31]
G.W. Leibniz, Nouveaux Essais, libro II, cap. 21, par. 36,
Ger. Ph. V, pag. 175.
[32]
G.W. Leibniz, Nouveaux Essais, libro II, cap. 1, par. 11,
Ger. Ph. V, pag. 103.
[33]
ibidem.
[34]
G.W. Leibniz, Nouveaux Essais, libro II, cap. 1, par. 22, Ger.
Ph. V, pag. 108.
[35]
ibidem.
[36]
G.W. Leibniz: Nouveaux Essais, libro Il, cap. 6 par. 2,
Ger. Ph. V, pag. 379.
[37]
F. Lamy: De la connaissance de soi méme, ed. cit., tomo II,
pagg. 337 - 338.
[38]
F. Lamy: De la connaissance de soi méme, ed. cit., tomo IV,
pagg. 74, 245-246, 272-273.
[39]
F. Lamy: De la connaissance de soi méme, ed. cit., tomo III,
pagg. 383 - 384.
[40]
G.W. Leibniz, Nouveaux Essais, Prefazione, Ger. Ph. V, pag.
45.
[41]
G.W. Leibniz, Nouveaux Essais, libro Il, cap. 21, par. 35,
Ger. Ph. V, pag. 173. Nello stesso passo Teofilo sostiene di non
voler fornire dei precetti di morale, ma di tentare di scorgere
«riflettendo sui procedimenti della nostra anima (... ) la fonte
delle nostre debolezze, la cui conoscenza procura al tempo stesso
la scoperta dei rimedi», (ibidem).
[42]
G.W. Leibniz, Essais de Teodicée, art. 311, Ger. Ph.
VI, pag. 301.
[43]
S. Freud, Gesammelte Werke, London, 1940 – 1952, vol. X,
pag. 275.
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